Recensioni

Gramsci e Sraffa, comunisti nel Novecento

Giancarlo de Vivo, Nella bufera del Novecento. Antonio Gramsci e Piero Sraffa tra lotta politica e teoria critica (Roma, Castelvecchi, 2017, pp. 188)

Gramsci e Sraffa, comunisti nel Novecento

di Guido Liguori

Il ruolo che ebbe Piero Sraffa nella vita di Antonio Gramsci, soprattutto dopo l’arresto del comunista sardo, è rimasto a lungo in secondo piano, iniziando a emergere pubblicamente solo dalla metà degli anni ’60. Da allora, è gradualmente apparso sempre più chiaro come colui che è considerato uno dei maggiori economisti del Novecento fosse stato l’amico rimasto più vicino a Gramsci dopo l’arresto, aiutandolo materialmente, ricoprendo il ruolo di suo interlocutore intellettuale e facendo a lungo anche da tramite con il Partito comunista, in collaborazione con la cognata russa di Gramsci, Tatiana Schucht. Molti studi e testimonianze si sono susseguiti da metà anni ’60, per cercare di gettare luce su una vicenda – quella di Gramsci in carcere – che presenta ancora non pochi punti su cui non si è fatta piena luce, e su cui forse sarà impossibile raggiungere certezze definitive.
Un ulteriore significativo contributo all’indagine dei rapporti tra i due grandi intellettuali del secolo scorso viene ora da Giancarlo de Vivo (Nella bufera del Novecento. Antonio Gramsci e Piero Sraffa tra lotta politica e teoria critica, Roma, Castelvecchi, 2017, pp. 188). Il libro, basato anche sulla conoscenza delle carte sraffiane depositate a Cambridge, ha innanzitutto il pregio di evitare gli errori di quella «pubblicistica volgare» che trascende nel romanzo giallo, senza tenere in conto l’«evidenza documentale». Che costituisce invece per De Vivo un ancoraggio di primaria importanza.

Quella che l’autore ricostruisce è in primo luogo la storia di un’amicizia, iniziata nel 1919 a dispetto della diversissima provenienza sociale (Sraffa è figlio del rettore della Bocconi). Il futuro economista (più giovane di sette anni rispetto al comunista sardo) è uno degli studenti che ruotano intorno all’Ordine Nuovo, si nutre degli stessi ideali socialisti. Con Gramsci litiga anche, pubblicamente, più tardi, nel 1924, sulla situazione politica, sugli spazi lasciati aperti dal fascismo, sul ruolo e gli obietti del Pcd’I. L’amicizia però non si interrompe, anzi si rinsalda, tra il 1924 e il 1926, quando Gramsci è a Roma, eletto deputato, e tra i due si svolgono lunghe conversazioni, politiche e culturali. Dopo l’arresto di Antonio, Piero (nel frattempo trasferitosi a Cambridge) lo va a trovare nell’estate 1927 a San Vittore, si reca nel 1933 a Turi, ma non riesce a incontralo per le disposizioni carcerarie, lo rivede più volte a Formia (dopo la libertà condizionata concessa al sardo) e poi a Roma.

La seconda parte del libro è un contributo alla biografia intellettuale di Sraffa, alla ricostruzione delle sue letture e dei suoi rapporti con Wittgenstein, Keynes, Dobb e, appunto, Gramsci. Significativo l’interesse sraffiano per Sorel, un autore che esercitò anche su Gramsci una indubbia influenza. Ma anche il suo interesse per le scienze naturali e l’avversione per Croce, di cui invece Gramsci per anni subì il fascino. Significativo il fatto che Sraffa si opporrà (con ragione) nel dopoguerra alla pubblicazione in inglese delle Lettere dal carcere, poiché il prezzo da pagare doveva essere quello di una introduzione di Croce. In comune con Gramsci, invece, l’economista aveva una visione del marxismo antideterministica, su cui probabilmente l’influenza gramsciana fu determinante.

L’immagine del ruolo di Sraffa che l’autore del libro ci restituisce è dunque di grande interesse. Almeno un paio di punti meritano però di essere discussi ulteriormente. Il primo attiene al rapporto tra Gramsci e il Pci, partito al quale Sraffa fu sempre legato, ma a cui non si iscrisse mai. Perché «comunista indisciplinato», poco propenso a ubbidire alla ferrea disciplina del tempo, secondo De Vivo. Forse – viene da dire – perché comunista nell’ombra, incaricato di questioni delicate. Nel 1929, ad esempio, quando Gramsci era a Turi, Tatiana scrisse un rapporto in cui, ripetendo Gramsci, affermava che Piero «si occupa del commercio dei datteri», alludendo a un traffico di datteri via Londra tra il 1926 e il 1927. È stata avanzata la verosimile ipotesi che si trattasse di espressioni in codice per alludere al fatto che Sraffa partecipava all’afflusso di finanziamenti dall’Unione Sovietica. Dunque nel 1926-1927 Sraffa svolgeva un ruolo “coperto”, di estrema delicatezza, e che poteva essere evidentemente svolto solo da persona fidata, sia agli occhi del partito italiano che dell’Internazionale (e sostanziale differenza tra queste due organizzazioni all’epoca forse non v’era). Sembra difficile che tale ruolo potesse essere svolto da un semplice “simpatizzante”, anche se non vi sono prove decisive in merito.

Il secondo punto riguarda il momento più basso della fiducia di Gramsci in carcere verso il Pcd’I, quando tra il 1932 e il 1933 riemerge la questione della lettera «famigerata» di Grieco del 1928 e Gramsci raccomanda a Tatiana di trasmettere i suoi pensieri a Sraffa ma non più a Togliatti, come a lungo era stato: secondo De Vivo, in quel momento dirimente Sraffa sceglie risolutamente l’amicizia con Antonio. E inizia un lungo, sotterraneo dissidio con Togliatti, che sarebbe causa anche del ”cono d’ombra” in cui il ruolo di Sraffa resterà nel dopoguerra. La tesi dell’autore non manca di buone ragioni, sapientemente esibite. Alcuni indizi vanno però in direzione contraria. Ad esempio, Sraffa difese strenuamente la tesi della sopravvalutazione della lettera di Grieco da parte di Gramsci, arrivando a rompere con Tatiana per difendere, in ultima analisi, il Partito italiano e Togliatti stesso. Come è noto che egli mantenne sempre col Pci un rapporto privilegiato, anche nel dopoguerra, ascoltato consigliere anche per quel che riguardava la cura e la diffusione delle opere di Gramsci. Sarebbe quindi meglio parlare, a mio avviso, di una “doppia fedeltà” di Sraffa: all’amico, che non volle mai tradire, e al Pci e al movimento comunista, che sempre rappresentarono per lui la migliore incarnazione di quegli ideali che aveva sposato da giovane studente, nella Torino di inizio Novecento, e a cui non venne mai meno.

(già in Critica marxista, 2018, n. 3-4)