Recensioni

GRAMSCI, DAL SOCIALISMO AL COMUNISMO

Leonardo Rapone, Cinque anni che paiono secoli. Antonio Gramsci dal socialismo al comunismo (1914-1919), Roma, Carocci, 2011, pp. 424, 28 €.

Gramsci, gli anni che lo portarono dal socialismo al comunismo
Di Pasquale Voza

Il denso e interessante volume di Leonardo Rapone, Cinque anni che paiono secoli. Antonio Gramsci dal socialismo al comunismo (1914-1919) (Carocci, 2011), oltre a dar vita ad una giusta e doverosa attenzione critica, ha registrato anche qualche approccio tendente a ricavarne un pastiche di idee e di suggestioni politico-culturali da assemblare e da accostare alle più varie e diverse figure ed esperienze del primo Novecento, senza alcuna, reale intelligenza storica.
Ora, è giusto non guardare agli anni giovanili di Gramsci come ad una fase meramente preparatoria del Gramsci maturo e carcerario (come più volte, di recente, lo storico

Angelo d'Orsi ha avuto modo di osservare). Ma è altrettanto giusto non isolare e non autonomizzare in sé tale periodo giovanile e meno che mai attingere in esso i più vari pretesti ideologici per costruire piccole risse o piccoli schemi a disegno, da salotto o da Bar Sport.
Già altre volte Marcello Veneziani si è rivelato maestro in questa specialità di revisionismo selvaggio, spiccio e perentorio (si pensi, ad esempio, al suo pamphlet, di qualche anno addietro, Rovesciare il '68). Ora, in un articolo pubblicato sulle colonne di "Il Giornale", egli, senza dubitare di sé, ci annuncia un Gramsci mussoliniano, precisando che «il leader dei comunisti era vicino al fascismo» e continuando: «Quanto Mussolini c'era in Gramsci. E quanto Sorel, quanto Gentile, maestri del fascismo. Quanta ammirazione c'era in Gramsci per il D'Annunzio di Fiume e per il futurismo, che furono i precursori artistici del fascismo. E quanta considerazione per Oriani, Papini e Prezzolini». Di fronte a questa varietà incontinente di pseudo-domande si potrebbe osservare che forse Gramsci le avrebbe tacciate di «lorianismo», termine con il quale egli " com'è noto " indicava nei Quaderni alcuni aspetti costitutivi della mentalità di quegli intellettuali italiani che, come Achille Loria, erano la prova della «scarsa organizzazione della cultura» nazionale, della «mancanza di controllo di critica», della «mollezza e della indulgenza etica nel campo dell'attività scientifico-culturale»: mutatis mutandis, naturalmente. O si potrebbe anche osservare che la considerazione e l'attenzione gramsciana (non l'ammirazione o l'adesione) per il panorama culturale del suo tempo rientravano, in qualche misura, già negli anni giovanili, in quell'assunzione della «quistione politica degli intellettuali», che sarà uno degli assi centrali della riflessione carceraria. Ma prendiamo in esame una questione su cui si è soffermato (certo non nella forma "lorianesca" di Veneziani) Paolo Mieli nella sua lunga e articolata recensione sulle colonne del "Corriere della sera": la questione del presunto interventismo bellico di Gramsci, originata da un suo articolo del 31 ottobre 1914 su "Il Grido del Popolo", intitolato Neutralità attiva ed operante. In tale articolo Gramsci, che era allora iscritto alla sezione torinese del partito socialista, assumeva un atteggiamento critico nei confronti della linea della «neutralità assoluta» propria del partito e proponeva la necessità di superare il rischio di una pura inerzia o di un puro attendismo e di praticare una neutralità attiva e operante, intesa cioè come «punto di partenza per preparare le condizioni della rivoluzione proletaria» (Vacca). Si trattava di una posizione diversa da quella di Mussolini (allora ancora socialista), che aveva adoperato la stessa formula. Qui giustamente Bruno Gravagnuolo, sull' "Unità", prende le distanza da Rapone, che, a proposito di questo articolo di Gramsci, parla di «acerba esercitazione giovanile» e di «incidente di percorso». Ma " sia detto di passaggio " molto lucide e stimolanti sono le pagine di Rapone dedicate alla ben più complessa differenza di prospettiva tra Gramsci e Croce a proposito della guerra, e, in particolare, all'analisi del denso articolo di Gramsci, pubblicato nell'ottobre del 1917, Il canto delle sirene, nel quale egli affrontò decisamente " scrive Rapone " «l'interrogativo sulla causa delle guerre e sulla loro evitabilità». Un'altra questione complessa e rilevante che Rapone mette a fuoco nel periodo giovanile di Gramsci è costituita dalla particolare nozione di «intransigenza» che si forma in lui in connessione con il massimalismo socialista, ma che poi si struttura in termini nuovi e ‘originali'. Essa chiama in causa, in qualche misura, lo «spirito di scissione» soreliano e si configura in quegli anni come reagente critico nei confronti della palude riformistico-clientelare, compromissoria e corporativa del giolittismo. Nello scritto L'intransigenza di classe e la storia italiana Gramsci scriveva che «l'intransigenza non è inerzia, perché obbliga gli altri a muoversi ed operare, è una politica di principi, è la politica del proletariato consapevole della sua missione rivoluzionaria di acceleratore della evoluzione capitalistica della società, di reagente che chiarifica il caos della produzione e della politica borghese». E l'antigiolittismo e la critica della "democrazia" vanno collegati con questo ordine di problemi e non vanno estrapolati e assunti in sé, come tende a fare, sia pure con garbo culturale, lo stesso Mieli. Così pure Rapone contribuisce a delineare efficacemente il senso della critica giovanile di Gramsci al giacobinismo concepito come minoritarismo radicale, a cui egli intendeva allora contrapporre sia la necessità di un'attitudine "storicistica" compiuta, sia anche il suo parere favorevole al decreto di scioglimento, da parte del Comitato esecutivo sovietico dell'Assemblea costituente, e di trasferimento del potere ai Soviet: atto non "giacobino", a suo avviso, perché volto a «permettere alla maggioranza effettiva di organizzarsi, di rendersi cosciente delle intrinseche necessità». L'individuazione successiva, sulla scorta di Albert Mathiez, dei punti di contatto tra giacobini e bolscevichi (soprattutto in riferimento alla politica contadina) e il ripensamento teorico-politico sul giacobinismo storico appartengono poi” osserva Rapone "allo sviluppo ulteriore del pensiero gramsciano, sino ai Quaderni, sino alle grandi categorie di egemonia e di blocco storico.