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LA LETTURA DIACRONICA DEI "QUADERNI" GRAMSCIANI

Giuseppe Cospito, Il ritmo del pensiero. Per una lettura diacronica dei «Quaderni del carcere» di Gramsci, Napoli, Bibliopolis, 2011, pp. 312, 20 €.

La lettura diacronica dei Quaderni gramsciani
Di Guido Liguori

La caratteristica più importante dell'ultimo libro di Giuseppe Cospito è indicata dal titolo e, ancor di più, dal sottotitolo: Il ritmo del pensiero. Per una lettura diacronica dei «Quaderni del carcere» di Gramsci (Napoli, Bibliopolis, 2011, pp. 312). Il lavoro è metodologicamente esemplare: esso parte dall'acquisizione " resa possibile in primis dall'edizione critica di Gerratana e poi dal lavoro filologico di Gianni Francioni " del fatto che i Quaderni hanno una loro storia interna, sono cioè la traccia di una riflessione che si svolge nel tempo, e in tacita ma chiara corrispondenza con la storia esterna, quella del «mondo grande e terribile», come diceva Gramsci ripetendo una espressione

di Kipling (e di Dickens).
Per capire l'evoluzione della riflessione gramsciana bisogna indagare dunque i rimandi interni dell'opera carceraria, le varianti tra le diverse stesure dei testi, le connessioni terminologiche e concettuali. Cospito lo fa " dando prova di una invidiabile conoscenza della struttura interna dei Quaderni " applicandosi soprattutto a tre concetti-chiave (ma nel libro vi sono sonde lanciate in molte altre direzioni): il rapporto struttura-superstruttura; il concetto di egemonia; la «società regolata».
Anche se non concordo con tutti i passaggi dell'indagine dell'autore, e con alcune sue tesi non secondarie, mi sembrano condivisibili alcune delle conclusioni generali cui Cospito perviene. Le riepilogherei così: dopo essere stato influenzato dal "marxismo ortodosso", Gramsci in carcere ne ripensa i limiti, ritornando in modo più stringente alla lezione di Marx e Lenin, nonché ad alcuni temi della sua formazione giovanile. Cospito afferma che: 1) «appare chiaro come per Gramsci non si tratti di superare l'orizzonte del marxismo, quanto piuttosto di ritornare alle sue fonti originarie, depurandolo dai "residui di meccanicismo"» (p. 116); 2) per Gramsci la sfera economica «rimane engelsianamente (e, ancor più, marxianamente) "in ultima analisi la molla della storia"» (p. 130); 3)«Gramsci giunge a un progressivo distacco dal marxismo-leninismo all'epoca dominante che non implica tuttavia l'approdo a un generico revisionismo di matrice socialdemocratica, quanto piuttosto il ritorno alle forme originarie rappresentate dalle "opere storiche concrete" di Lenin e soprattutto di Marx» (p. 131); 4) «il rifiuto o la critica da parte di Gramsci di alcuni aspetti della teoria e, soprattutto, della politica economica concretamente messa in atto in Unione Sovietica, non comporta un giudizio totalmente liquidatorio sul complesso dell'esperienza rivoluzionaria del primo Stato socialista né tantomeno sui presupposti teorici di tale esperienza,»; 5) «Gramsci giunge affatto a rifiutare il complesso dell'esperienza della pianificazione […] perché di tale esperienza ritiene, oltre che corretto, imprescindibile, e non solo per un'economia socialista, il principio informatore, quello della regolazione dell'economia» (p. 136); 6) le indirette critiche da Gramsci rivolte allo stalinismo «non lo inducono a fargli rinnegare in toto l'esperienza rivoluzionaria bolscevica, né la prospettiva di un possibile superamento dell'orizzonte capitalistico» (p. 157).
La "certificazione" di un Gramsci fino all'ultimo marxista e comunista è tanto più rilevante poiché notevole è l'acribia con la quale Cospito analizza i Quaderni. Si ha anzi a volte l'impressione che l'autore esageri nel suo tentativo di misurare fin dove arrivino le novità e gli sviluppi del testo gramsciano per seguire la tesi di un Gramsci diverso e opposto a tutto il marxismo a lui contemporaneo. Si ha a volte l'impressione che le posizioni di Gramsci vengano caricate troppo in senso "deterministico" per poter poi meglio porre in risalto la "svolta" avvenuta tra la fine del 1931 e i primi mesi del 1932. Si può davvero affermare che «solo in un secondo momento […] Gramsci comprenderà […] "la futilità inetta del determinismo meccanico, del fatalismo passivo sicuro di sé stesso"» (p. 72)? Insomma, questa svolta antimeccanicistica e antieconomicistica in che misura è tale? Si sostiene (p. 45) che dopo di essa Gramsci neghi meccanicità nel rapporto tra struttura e sovrastruttura; ma siamo sicuri che si riscontri, negli scritti carcerari, questa meccanicità? Cospito cita, come esempio, le note del Quaderno 1 sul Risorgimento, in cui l'azione dei partiti è raccordata ai loro limiti di classe: ma ogni indagine in termini di classe è per forza economicistica e deterministica? O si parla di precoce "riscossa antideterministica" di Gramsci per il fatto che già in Q 3, 120 si legge che «i partiti non sono solo una espressione meccanica e passiva delle classi stesse, ma reagiscono energicamente su di esse». A me pare, in realtà, che questa sia semplicemente la linea della engelsiana «determinazione in ultima istanza», la visione profondamente dialettica del rapporto tra forze oggettive e soggettive che Gramsci sempre mantiene.
Cospito stesso ammette, del resto, a proposito del rapporto struttura-sovrastruttura, che, «in effetti, l'unica nota del Quaderno 8 che porta il titolo di rubrica Struttura e superstruttura, il § 17 (dicembre 1931), sembra richiamare l'impostazione del Quaderno 7: "La struttura e la superstruttura formano un blocco […] l'insieme complesso e discorde delle superstrutture sono il riflesso dell'insieme dei rapporti sociali di produzione"». È vero, come sottolinea l'autore, che per Gramsci alcune metafore (quella celebre della pelle e dello scheletro, ad esempio, oltre a quella "architettonica" appena citata) sono solo un orientamento e «non vanno prese alla lettera». Certo, esse sono metafore, e dunque hanno esattamente questi limiti, non possono non averli: credo che Gramsci ne sia consapevole. Ancora in Q 10, 62 (un testo di datazione molto avanzata, febbraio-maggio 1933, come Cospito ricorda a p. 52), Gramsci scrive che «la concezione dello Stato secondo la funzione produttiva delle classi non può essere applicata meccanicamente»; ma anche ritiene che «lo Stato non sia concepibile che come forma concreta di un determinato mondo economico, di un determinato sistema di produzione», anche se tale «rapporto di mezzo a fine» non è facilmente determinabile. Gramsci dunque fino alla fine prende posizione contro l'economismo e il determinismo, ma non cessa di vedere il nesso tra struttura e sovrastruttura. Il «movimento storico» nasce «sulla base della struttura» (Q 11, 22, 1422), il cui primato «in ultima istanza» viene riaffermato, senza ovviamente giustificare alcuna lettura meccanica della azione politica, individuale e collettiva.
Queste riserve però non tolgono validità al metodo di Cospito, al lavoro che ne è caratterizzato, alle molte cose che si apprendono leggendo il suo libro. Il testo gramsciano, così ricco e aperto, interroga e sollecita ciascun lettore. Al lettore stesso spetta però anche, come Gramsci scrive e come Cospito ricorda, di non troppo «sollecitare i testi».