Rassegna Stampa

GRAMSCI LO STRANIERO - SIMONETTA FIORI

25 febbraio 2007
GRAMSCI LO STRANIERO
Simonetta Fiori
Intervista a Joseph A. Buttigieg su un classico assai presente nella cultura internazionale

Ormai ignorato in Italia, è studiato nel resto del mondo. La sua fortuna a settant'anni dalla morte

SIMONETTA FIORI 
Gramsci, chi era costui? Nel settantesimo anniversario della morte (27 aprile 1937), il profilo di un classico del Novecento, l'autore che Benedetto Croce acclamò come «patrimonio di tutti», appare piuttosto sfocato se non totalmente oscurato, almeno nel paese che gli ha dato i natali. Ed è questo il primo paradosso nel trarre un bilancio della sua fortuna: oggetto di accurati studi in tutto il mondo - dall' Australia a Israele, dagli Stati Uniti all' India, dal Giappone al Brasile -, tuttora bestia nera dei polemisti conservatori nordamericani, in Italia la sua immagine appare un po' impolverata, un busto ammaccato ormai da tempo riposto in soffitta, salvo restauri e lucidature dell'ultima ora, quando proprio non se ne può fare a meno. è quel che in fondo accade in questo settantennale, in un tripudio di iniziative promosse dall' Istituto-Fondazione Gramsci, opportunamente destato da una protratta letargia (vedi box qui sotto). Anche nel linguaggio politico, il lessico gramsciano talvolta rimbalza nella sua versione caricaturale (le "casematte" evocate dall' inquilino di Arcore o "la guerra di posizione" annunciata dall' inventore del mito padano).
Mentre a sinistra dopo una stagione di feroci lotte su letture opposte e contrarie (Gramsci comunista o critico ante litteram del comunismo? Gramsci liberaldemocratico o cominternista?) la rimozione appare diffusa o la rievocazione generalmente pasticciata, con rare eccezioni. Eppure l'Italia può vantare una famiglia di gramscisti nobili, discesa dal decano Valentino Gerratana.
Non sono mancati negli ultimi anni contributi importanti come il volume postumo di Antonio A. Santucci (Sellerio) o il fondamentale Gramsci storico di Alberto Burgio (Laterza), insieme a Le parole di Gramsci a cura di Fabio Frosini e Guido Liguori (Carocci), animatore quest' ultimo della vivace sezione italiana dell'International Gramsci Society, la rete che raccoglie i massimi specialisti del mondo. Recenti anche i saggi di Chiara Daniele ed Angelo d' Orsi. Ma è come se si trattasse di una comunità conventuale, operosa e dedita, ma sostanzialmente separata dal dibattito pubblico. Sacerdoti un po' eccentrici di un classico ingiustamente condannato alla muffa o talvolta improvvidamente rianimato da talenti romanzeschi che ne riscrivono la morte (Massimo Caprara arrivò a ipotizzarne il suicidio) o invocano fantasiose carte occultate dal perfido Togliatti (Il Giornale qualche settimana fa). Gramsci dimenticato? Se il suo profilo politico appare inesorabilmente estinto insieme alla storia del comunismo italiano e internazionale, non esiste forse un Gramsci intellettuale da continuare a interrogare? Il nostro paese sembra smentire la profezia di Hobsbawm che, solo qualche anno fa, citava Gramsci come l'unico pensatore marxista sopravvissuto alla chiusura nei ghetti dell'accademia. «Un classico italiano generalmente ignorato in Italia», dice ora Joseph A. Buttigieg, figura di massimo prestigio dell'International Gramsci Society (ne è il segretario) e traduttore americano dei Quaderni. «E dire che per un quarantennio - dalla prima edizione delle Lettere nel 1947 fino all' 89 - è stato una presenza molto vitale nel dibattito pubblico e nelle correnti culturali italiane. Ricordo che ancora negli anni Ottanta ci si chiedeva se Gramsci sarebbe diventato un classico. Il fatto è che ovunque lo è diventato, e si continua a dialogare con lui. Mentre in Italia - con la sola eccezione dei gramscisti della Igs - appare per lo più consegnato al museo dell'antichità». 
Professor Buttigieg, dove le appare più forte la presenza di Gramsci nel mondo?
«Direi nel campo dei cultural studies, una corrente di studio ispirata inizialmente dagli scritti di Raymond Williams e Stuart Hall, oggi diffusa in tutto il mondo anglofono. Il concetto chiave è quello gramsciano dell'egemonia, del potere culturale».
 
Il consenso ricercato sul terreno della cultura.
«Nelle sue analisi dello Stato moderno Gramsci mostrava che il potere dei governanti non è basato sulla capacità coercitiva dello Stato ma piuttosto sulla capacità di coltivare il consenso dei governati. Il consenso è creato appunto sul terreno della cultura. Allora per capire uno Stato moderno non basta studiare i partiti politici e la struttura economica, ma è necessario analizzare quell' insieme di fenomeni che Gramsci chiamò "l'organizzazione della cultura": la scuola, le chiese, i giornali, le riviste, il cinema, il romanzo d' appendice. Solo in questi ultimi anni i cultural studies hanno cominciato a destare un certo interesse anche in Italia».
 
Ma c'è una relazione con i subaltern studies, altro campo d' influenza gramsciana?
«Questi nascono da un'altra riflessione di Gramsci, raccolta nel Quaderno 25: Ai margini della storia. Storia dei gruppi sociali subalterni. I primi studi uscirono a Calcutta nei primi anni Ottanta, su iniziativa di Ranajit Guha. Nel decennio successivo un altro gruppo di studiosi ha esteso la riflessione di Guha e di altri teorici asiatici all' America Latina. Il campo di indagine ha continuato ad allargarsi: numerosi sono i saggi che trattano della subalternità in chiave gramsciana lungo territori diversissimi, dall' Africa alla Cina, dall' Irlanda alla Palestina. Molto spesso le teorie sulla subalternità si sono intrecciate con gli studi su colonialismo e post-colonialismo. Tra i massimi studiosi che hanno usato categorie gramsciane in questo campo va ricordato l'americano palestinese Edward Said».
 
In tutte le maggiori università americane, ma anche in Cina o in America Latina, non manca qualche corso sui cultural studies o postcolonial studies.
«Sì, una moda molto contagiosa. É curioso che nessuna di queste correnti sia nata in Italia».
 
E nel campo delle scienze politiche, qual è il riferimento a Gramsci più frequente?
«Gramsci è considerato uno dei maggior teorici della società civile, categoria oggi assai studiata nel mondo anglosassone. Egli più di altri pensatori ci fa capire che non è un terreno completamente neutro, come invece sostiene il liberalismo classico, il quale teorizza una netta separazione tra il governo e la società civile. Le note gramsciane sulla formazione dell'opinione pubblica e sulle connessioni tra società civile e società politica - scritte settantacinque anni fa - sono valide tuttora».
 
Colpisce che negli Stati Uniti Gramsci sia così presente nel dibattito pubblico.
«Sì, in forme talvolta minacciose. Recentemente il suo nome è riecheggiato insieme a quello di Hugo Chavez, la nuova bête noir dell'amministrazione Bush. Per certi pubblicisti conservatori il fatto che il leader venezuelano citi Gramsci nei suoi discorsi è una conferma della pericolosità dell'autore dei Quaderni. Che cosa leghi Gramsci a Chavez è tutto da dimostrare, ma il clima intorno al pensatore sardo è quello evocato da Michael Novak in un celebre articolo del 1989: The Gramscist are coming, ovvero le orde barbariche di Serse alle porte...».
 
Gramsci come l'uomo nero?
«Più o meno. É interessante l'uso che ne viene fatto nei media più popolari. Il più noto commentatore conservatore alla radio, Rush Limbaugh, ha scritto in uno dei suoi libri che Gramsci è "l'ultima speranza per chi odia l'America". Secondo Pat Buchanan, candidato alle elezioni del Duemila, la minaccia d' una rivoluzione gramsciana è un pericolo reale. Un' immagine muscolare dell'autore delle Lettere affiora anche nei saggi prodotti recentemente dall' Heritage Foundation, una sorta di "think tanks" della destra. Una "Grasmscifobia" diffusa, che rivela la confusione ideologica della destra statunitense».
 
In compenso Amartya Sen, economista premio Nobel, sceglie Gramsci come oggetto d' indagine.
«Sì, quattro anni fa è comparso sul Journal of Economic Literature un suo importante saggio che mette in relazione i Quaderni con Wittgenstein e Sraffa. è questo un altro aspetto di Gramsci che va acquistando rilievo negli studi internazionali: la sua riflessione sulla lingua e sul rapporto tra lingua e politica. Naturalmente quello gramsciano è l'approccio d'un materialista storico: la prassi linguistica non può essere analizzata indipendentemente da ogni altra attività sociale. Esiste oggi un'amplia bibliografia - tra Canada, Stati Uniti e Inghilterra - che traccia un raffronto tra Gramsci e Michail Bachtin, Walter Benjamin, la Scuola di Francoforte».
 
A fronte di questi fermenti, lei come spiega la sua rimozione in Italia?
«Direi che da voi Gramsci è sostanzialmente ignorato, specie nel dibattito pubblico. Intendiamoci: è di massimo valore il lavoro degli specialisti italiani della Igs - penso soprattutto al grande progetto del Lessico gramsciano - ma è altrettanto indubbio che questo lavoro finisca per interessare solo poche persone. Ed è un peccato, perché il testo gramsciano ha ancora da molto da dire, sul terreno della società civile come su quello del potere culturale. Forse Gramsci non è più ascoltato perché il clima prevalente è ostile alla serietà, al pensiero sobrio, alle analisi intellettualmente rigorose. Mi auguro che questo anniversario serva a correggere una colpevole distrazione».
 
“La Repubblica”